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Come stanno reagendo le università del torinese al rientro sui banchi degli studenti e delle studentesse?

 

È da poco cominciato il nuovo anno accademico 2020/2021 e le università italiane si sono preparate al ritorno in sicurezza di studenti e studentesse. 

Tra incertezze, didattica online e in presenza, ogni ateneo si è mosso in autonomia, ma come hanno reagito le università del torinese al rientro sui banchi durante l’emergenza Covid? 

 

Vista la situazione incerta, le iscrizioni all’università sono state minori?

No. La situazione d’emergenza dovuta al Covid non ha fermato le immatricolazioni, è il caso del Corso di Laurea in Architettura del Politecnico di Torino: conta un + 15 % (mole24.it) di immatricolazioni.

 

Come si stanno organizzando gli atenei torinesi?

All’Università di Torino e al Politecnico le aule hanno capienza ridotta per rispettare le distanze, basta prenotare con anticipo il posto in aula. La Career Week annuale del Politecnico, solo per quest’anno, diventa Digital: webinar, incontri e offerte di lavoro per studenti e studentesse direttamente dal computer di casa. 

La modalità prediletta per la didattica è comunque quella mista: lezioni in presenza e online. Al Politecnico, in questi mesi di lockdown e graduali riaperture, i corsi erogati da remoto sono stati più di 800, con quasi 30 mila studenti e studentesse a seguirli, gli esami svolti sono stati più di 4 mila e più di mille le discussioni di Laurea sostenute (coronavirus.polito.it).

 

 

L’Accademia Albertina di Belle Arti e il Conservatorio Giuseppe Verdi hanno valutato la modalità mista: in presenza per i corsi laboratoriali con gruppi ristretti di student* e le lezioni teoriche, invece, erogate online. Questo lo scenario delle AFAM (Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica) che ha visto negli ultimi anni un continuo e costante taglio dei fondi per la didattica e l’implementazione delle strutture dedicate.

Questa pandemia ha svelato un vaso di Pandora, evidenziando così un forte divario digitale: il continuo ridimensionamento di fondi economici dedicati all’istruzione ha creato differenze disarmanti: da un lato la tecnologia ha permesso a milioni di student* in tutta Italia di non abbandonare gli studi, ma altr* si sono stati tagliati fuori per mancanza di apparecchiature adeguate allo svolgimento delle attività online. 

 

Trasporto pubblico: come si raggiungerà l’università? Una scelta ecologica necessaria.

Secondo l’Indagine nazionale sulla mobilità casa-università al tempo del Covid-19 realizzata dalla Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile, il trasporto pubblico sarà il settore che più pagherà le conseguenze di questa pandemia, si preferirà quindi l’automobile, lo spostamento a piedi, il monopattino o la bici. Studenti e studentesse preferiranno quindi altre soluzioni all’utilizzo di mezzi pubblici, spesso gremiti di passegger*, dove il distanziamento sociale è difficile, se non impossibile.

 

Ylenia Covalea

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La eco di Primo Levi deve risuonare ancora

Cosa significa non poter studiare, affermarsi, emanciparsi? Ora viviamo un particolare momento storico fatto di lezioni in remoto e aule ad accesso limitato; il diritto allo studio è (quasi) sempre riconosciuto, ma durante il fascismo era negato.

Abbiamo parlato di Erasmo da Rotterdam, Antonio Gramsci, Rita Levi Montalcini. Cosa accomuna questi personaggi straordinari? Sono tutti fiori all’occhiello dell’Università degli Studi di Torino. Oggi parliamo di Primo Levi, la sua storia è peculiare perché si laurea nel bel mezzo dell’entrata in vigore delle leggi razziali in Italia, cosa significava essere ebreo a Torino durante il fascismo?

Continua così la nostra rassegna alla scoperta della storia dell’Ateneo torinese, tra seicento anni di storia e date importanti. Primo Levi si iscrive al Liceo classico Massimo d’Azeglio, rinomato per aver aver ospitato tra le cattedre svariati professori fortemente antifascisti prima dell’epurazione fatta dalle leggi razziali. Un fatto interessante è la conoscenza di Cesare Pavese; Primo viene a contatto con il celebre scrittore proprio al d’Azeglio, Pavese infatti è il suo professore d’italiano in prima ginnasio. Si iscrive alla facoltà di Chimica l’anno prima dell’entrata in vigore delle leggi razziali, ma Primo Levi riesce comunque a concludere i suoi studi con lode in Chimica, discutendo la tesi nel 1941. Il suo diploma di laurea riporta la svilente precisazione: “di razza ebraica”. Questo lo porta a dire si essersi impegnato duramente nello studio perché l’ambiente universitario torinese fascista lo faceva sentire uno straniero, uno studente diverso.

L’anno dopo, a Milano, viene a contatto con gli ambienti antifascisti militanti ed entra a far parte del Partito d’Azione clandestino, lui che ha vissuto con un padre costretto ad iscriversi al partito, lui che era stato prima balilla e poi avanguardista, “coltivavo un moderato e astratto senso di ribellione”, dirà poi in Se questo è un uomo. 

L’8 settembre il governo di Badoglio annuncia l’armistizio, ma la guerra procede, infatti di lì a breve Levi viene prima portato nel campo di prigionia Carpi-Fossoli e poi ad Auschwitz, in Polonia, dopo aver fatto parte di un gruppo partigiano in Val d’Aosta. 

Dopo la liberazione torna a Torino, lavora come chimico, incontra Lucia Morpurgo, quella che sarà la sua futura moglie, e scrive. Un chimico che scrive? Ha molto da raccontare, decide così di raccogliere quei pensieri e quelle vicende che lo stanno tormentando: nasce Se questo è un uomo (1944-1947). Lo presenta alla casa editrice Einaudi che però lo rigetta in prima istanza, pubblicato quindi in tiratura limitata da De Silva; il libro cardine sulle atroci testimonianze dei lager è un flop. È il 1956 quando Se questo è un uomo viene riproposto e quindi pubblicato dall’Einaudi, che non smetterà mai di ristamparlo. 

Italo Calvino definisce il libro come “pagine di autentifica potenza narrativa” (Italo Calvino in Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005), Primo non smette di scrivere e ricevere consensi. Vince il Premio Strega nel ’79 con La chiave a stella. 

Un chimico che scrive, racconta, analizza. Perché la sua formazione universitaria in campo scientifico è così importate? Lo si legge tra le sue pagine: il pensiero legato all’empirismo si riflette nei testamenti di Primo Levi, non ha mai cercato di impressionare, non ha mai scritto per i lettori, lo ha fatto per sé stesso. Un atto di catarsi pura ed essenziale, un esempio di come la scrittura sia liberazione della mente. Un atto liberatorio da quelle vicende che lo inseguono, impossibili da rilegare tra le pagine di un libro e chiudere per sempre, ma forse sussurrate a chi sa leggere tra le righe. 

 

Parole che hanno una forte eco.
Da Levi c’è molto da imparare.

 

 

(Fonte: Primo Levi, Se questo è un uomo, Torino, Einaudi, 2005.)

Ylenia Covalea

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Le testate giornalistiche spesso tendono a precisare che l’ingegneria è anche “roba da ragazze”, altre invece pongono la domanda direttamente ai lettori e alle lettrici: “l’ingegneria è una lavoro per ragazze?” Ma davvero si pensa, nel 2020, che l’ingegneria non sia una “questione” della quale possa occuparsi una donna?

 

Venerdì vi abbiamo raccontato la storia della prima donna Ingegnere in Italia, quando le ragazze iscritte all’università erano poco più di 200. Oggi vogliamo invece sviscerare la situazione delle iscrizioni alle discipline STEM in Italia. Qual è la situazione attuale nel mondo accademico? Perché spesso si parla di un “pregiudizio” che vorrebbe la donna “rilegata” in materie educative e non tecniche? Diamo uno sguardo ai dati: nel 2019 la presenza femminile nel Corso di Laurea in Ingegneria a Torino ha visto un aumento del + 2% rispetto alla media maschile, arrivando a toccare quota 26% del totale (www.lastampa.it). Il quadro è chiaro, le donne ad Ingegneria sono meno degli uomini e la situazione dell’Ateneo piemontese è la più florida d’Italia. 

È arrivato il momento di smettere di pensare che possano esistere corsi di laurea e lavori adatti solo agli uomini. 

Sappiamo che gli strascichi di una cultura patriarcale si rigettano all’interno degli ambiti più disparati, da quelli accademici a quelli lavorativi, quindi si, fino a non troppo tempo fa l’opinione generale voleva la donna costretta al solo lavoro di cura o impiegata in ambiti prettamente educativi. La storia delle donne nella scienza e nella tecnologia è sicuramente più recente rispetto quella dei colleghi maschi, infatti quando le ragazze studiavano economia domestica Enrico Fermi progettava il primo reattore nucleare, quando le donne dovevano imparare ad essere mogli devote e madri perfette, due scienziati stavano lavorando alle ricerche sulla struttura a doppia elica del DNA. Potremmo andare avanti all’infinito. Alle donne è stato permesso di frequentare le università in tempi non troppo antichi, quando Emma Strada si laureava al Politecnico di Torino, in tutta Italia le iscritte all’università risultavano essere solo 250 — era il 1908. La percentuale di affluenza femminile nei settori tecnico – scientifici delle aree STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica) risulta essere il 44% (Anno 2016 – Miur), ben undici punti in più rispetto la media, per esempio, del Regno Unito.

Forse il dato più preoccupante è la differenza di salario tra uomo e donna. 

L’Italia presenta divari disarmanti, per l’Eurostat il nostro Paese si posiziona al 17° per Gender Pay Gap, in una classifica composta da 24 stati (www.repubblica.it). Nel nostro Paese le donne laureate in materie tecniche e scientifiche guadagnano il 20% in meno dei colleghi (www.larepubblica.it), spesso sono portate ad accettare lavori meno qualificati rispetto alla loro formazione, part-time e stipendi non all’altezza delle loro capacità. La situazione di una carenza di donne ingegnere non è troppo diversa da quella di donne Giudici della Corte di Cassazione, in Europa sono il 37%, in Italia solo il 26%.

Spesso si riduce la questione ad un pensiero diffuso: le ragazze sono portate a pensare, colpa di anni di sessismo in ambito lavorativo, di “non essere adatte” alle discipline tecniche, ma siamo così sicur* che sia una credenza diffusa tra le studentesse? Davvero le donne sono le prime a pensare di non essere adatte ad un lavoro reputato per anni prerogativa maschile? Lasciamo la parola ad Agnese, una neolaureata in Ingegneria al Politecnico di Torino

Parlaci un po’ della tua formazione universitaria

A: Nel complesso definirei la mia esperienza al Politecnico positiva, ho conosciuto una realtà nuova in un ambiente diverso da quello a cui ero abituata, ma in cui mi sono subito trovata bene. Non nego che ci siano stati momenti difficili, ma non ho mai preso seriamente in considerazione l’idea di mollare perché, nonostante la mole di lavoro che a volte mi è sembrata insormontabile, sono riuscita quasi sempre a raggiungere gli obiettivi che mi sono prefissata e, nell’insieme, i corsi che ho seguito mi hanno sempre interessata.

Cosa ti ha spinta ad iscriverti proprio ad Ingegneria?

A: L’ingegneria non è una mia passione da sempre, ma ho cominciato a interessarmi a questo ambito verso la metà delle scuole superiori, grazie ad un amico di famiglia ingegnere edile. Inizialmente pensavo che avrei intrapreso anche io quel percorso ma, con il tempo, ho scoperto il mondo delle energie e ho deciso di iscrivermi ad Ingegneria Energetica. Mi sono da poco laureata in triennale e ho deciso di proseguire con la magistrale, dove sono sicura che affronterò temi più interessanti e specifici, che mi permetteranno di avere una conoscenza più approfondita della materia.

Le testate giornalistiche parlano di un radicato “pregiudizio” che vorrebbe rilegare la donna in un ambito lavorativo meno tecnico, come quello educativo o della cura della persona, ti è mai capitato di sentire questo pregiudizio durante il tuo percorso universitario?

A: Fortunatamente non l’ho mai sperimentato in prima persona, ma è una cosa che si percepisce spesso sia in ambito lavorativo che in ambito scolastico, già a partire dalle scuole superiori, dove si assiste a una netta divisione tra gli indirizzi considerati più “femminili” e quelli più “maschili”.

Il Gender Pay Gap lavorativo, specie in una professione a maggioranza maschile, ti spaventa?

A: Non credo di sentirmi spaventata quanto più demoralizzata dal fatto che un uomo possa guadagnare più di una donna per lo svolgimento dello stesso compito. La mia speranza è, certamente, quella di trovarmi un giorno in un ambiente lavorativo che riconosca l’impegno di ognuno indipendentemente dal sesso e che nei prossimi anni questa possa diventare la tendenza in tutti gli ambiti, non solo in Italia ma anche all’estero.

La testimonianza di Agnese è importante per capire che no, le ragazze non sono così convinte che le materie STEM non siano adatte a loro, questo pregiudizio è forse presente più tra coloro che permettono esista una differenza salariale tra uomo e donna, non certo tra le ingegnere. La strada è lunga, molte università stanno virando verso l’impegno di destinare la propria offerta formativa alle future professioniste STEM, grazie a campagne e progetti promossi da Atenei quali il Politecnico di Torino e quello di Milano. Ci auguriamo che possa essere una tendenza sempre più diffusa per contrastare le poche iscrizioni, senza però dimenticarci che il Gender Pay Gap svolge un ruolo fondamentale nella scelta universitaria delle giovani e future studentesse.  È un divario salariale diffuso che deve essere abbattuto dall’interno e dell’esterno, l’impegno delle istituzioni deve essere costante e volto al superamento di una percentuale che scredita il nostro Paese nel mondo. 

Ylenia Covalea

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La torinese Emma è la prima donna laureata in Italia in Ingegneria Civile al Politecnico di Torino: era il 1908 e le donne non avevano diritti

 

Senza diritti, futuro e lavoro; solo il matrimonio ad innalzare, in maniera teorica, la loro condizione di nascita. L’opinione pubblica, durante i primi anni del Novecento italiano, si sta dirigendo verso la lenta, ma graduale, conquista del diritto di voto per le cittadine italiane, che avverrà più di quarant’anni dopo, con il primo referendum che vede partecipare anche le donne. Torniamo indietro agli anni in cui le ragazze negli studi scientifici e tecnici erano pressoché inesistenti; solo nel 1905 viene permesso alle donne di insegnare alle scuole medie; c’è voglia di emancipazione e di ottenere un ruolo sociale diverso da quello di moglie e madre. In questo difficile contesto storico fa la sua comparsa una giovane ragazza di Torino che vuole diventare ingegnere: Emma Strada. Si iscrive al Politecnico di Torino a diciannove anni per conseguire la laurea nel 1908, ma non era così comune farlo, specie per una ragazza. Nei primi anni del Novecento risultano essere iscritte all’università 250 donne in tutta Italia (www.storiaxxisecolo.it), Emma è una delle poche a frequentarla, ma sarà di lì a breve, anche una delle poche donne in Europa a conseguire un titolo di studio in Ingegneria Civile. All’estero ci sono le vite e i lavori esemplari di Sarah Guppy; ingegnere inglese che inventa un innovativo sistema per costruire ponti sospesi nei primi anni dell’Ottocento e Verena Holmes, ingegnere meccanico inglese, prima donna eletta all’Institution of Mechanical Engineers nel 1924 e all’Institution of Locomotive Engineers nel 1931, solo per citarne alcune.

È il 7 settembre 1908 quando esce un articolo sul quotidiano La Stampa:

Emma Strada, sabato scorso, al nostro Istituto Superiore Politecnico ha conseguito a pieni voti la laurea in ingegneria civile. La signorina Strada è così la prima donna-ingegnere che si conti in Italia e ha appena altre due o tre colleghe all’estero.

Non era semplice per una donna emergere in ambiti come l’ingegneria, la scienza e le materie tecnologiche, figuriamoci farsi “strada” in una carriera da sempre reputata prerogativa maschile, se n’è addirittura parlato sulla stampa torinese; all’epoca una laureata faceva notizia.

Emma nasce a Torino nel 1884 e decide di ripercorrere le orme del padre che ha uno studio tecnico di progettazione, con il quale lavora ed eredita i progetti. Lavora tra la Valle d’Aosta, la Calabria, la Liguria e il Piemonte: tra i suoi primi progetti figura una galleria di ribasso per drenare l’acqua in Valle d’Aosta, l’anno successivo alla sua laurea, nel 1909, si trasferisce in Calabria, dove si occupa della costruzione della ferrovia automoto-funicolare di Catanzaro e della costruzione del ramo calabrese dell’acquedotto pugliese. Per sei anni è l’assistente del Professor Pagliani, docente e direttore del Gabinetto di Igiene Industriale presso l’Università di Torino.

Progetta in Val d’Aosta la manica del Grand-Hôtel di St-Vincent e la funicolare, si sposta in Liguria per l’ampliamento del Palazzo Municipale di Varazze e si occupa di alcune abitazioni, anche nel torinese, dirigendo la costruzione dell’Asilo infantile della Crocetta. Nel 1957 con Anna Enrichetta Amour, Laura Lange, Ines del Tetto, Lidia Lanzi, Adelina Racheli, Vittoria Ilardi e Alessandra Bonfanti, istituisce l’AIDIA – l’Associazione Italiana Donne Ingegnere e Architetto – con l’intento di promuovere e valorizzare il lavoro femminile nel campo della scienza e delle tecniche, per poi lasciarci nel 1970, all’età di ottantasei anni.

I suoi progetti sono passati in sordina, ma ha sicuramente svolto un ruolo fondamentale nello scardinare un’idea diffusa nel 1900; le donne ingegnere non esistono. L’ha fatto in maniera del tutto naturale, studiando, lavorando e facendo carriera in un ambiente colmo di pregiudizi che nel Novecento vuole la donna riposta al lavoro di cura, in casa; (in)consapevolmente è diventata un esemplare simbolo di emancipazione e riappropriazione di un ruolo, da sempre declinato al maschile.

(fonte: didattica.polito.it)

Ylenia Covalea

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Seicento anni di storia tra antifascismo e Premi Nobel

 

Nel nostro ultimo articolo abbiamo ripercorso la storia dell’Università di Torino, soffermandoci principalmente sulle figure di spicco per il nostro Paese che l’hanno frequentata. Siamo arrivati all’anno 1918, quando l’Italia è impegnata con le manovre belliche al fronte e Giuseppe Saragat, futuro Presidente d’Italia, si laurea in Economia a Torino.

 

Con la Riforma Gentile del 1923 quella di Torino diventa una delle dieci università gestite e finanziate direttamente dallo Stato.

Dal 1925 la resistenza è impegnata a combattere contro il fascismo, che prende sempre più piede all’interno dell’Ateneo. Ne consegue quindi un periodo culturale di fiorente antifascismo, con figure quali Norberto Bobbio, Alessandro Galante Garrone, Leone Ginzburg, Massimo Mila, Vittorio Foa, Giorgio Agosti, Dante Livio Bianco e Cesare Pavese.

Tra 1934 e 1935 conseguono la laurea due importanti Premi Nobel, prima Salvatore Luria, poi Rita Levi-Montalcini, entrambi laureati in Medicina e Chirurgia. 

Il torinese Luria vince il Premio Nobel per la Medicina nel 1969, grazie alle sue rivoluzionarie ricerche rispetto la moltiplicazione e la mutabilità dei virus. Non è solo un brillante scienziato che collabora fianco a fianco con Enrico Fermi, ma anche personalità impegnata politicamente: convinto nei rischi dell’impiego atomico e occupato politicamente in una campagna contro la guerra in Vietnam, a Luria vengono negati i fondi per finanziare i suoi studi nel 1969, in America, dove vive e lavora, per le sue idee controcorrente. 

La vita di queste poliedriche personalità che donano lustro alla città di Torino sono complesse e travolgenti, difficili da riassumere in poche righe, ma è doveroso citare alcuni eventi che hanno reso Rita Levi-Montalcini tra le figure più interessanti del nostro Paese. La Senatrice a vita ha fatto la storia quando, negli anni Cinquanta, scopre il fattore di accrescimento della fibra nervosa, che le vale il Premio Nobel per la Medicina nel 1986. La Montalcini è anche ricordata come forte icona di emancipazione femminile per essere la prima donna ammessa alla Pontificia Accademia Delle Scienze. Perseguita durante le leggi razziali in quanto di fede ebraica, Rita Levi-Montalcini si rifugia con la famiglia in Belgio per poi tornare a Torino, sua città natale, quando nel 1940, prepara un vero e proprio laboratorio casalingo per non lasciare incompiute le sue ricerche scientifiche. 

Erano tempi difficili per una scienziata, specie se donna ed ebrea. Dichiara di esser vissuta in “un mondo vittoriano, nel quale dominava la figura maschile e la donna aveva poche possibilità” ; “sapevo che le nostre capacità mentali – uomo e donna – son le stesse: abbiamo uguali possibilità e differente approccio.” (Che tempo che fa, Intervista a Rita Levi-Montalcini, Rai Uno)

Vi vogliamo lasciare con una frase della Levi-Montalcini, nella speranza che possa essere d’ispirazione per tutti e tutte, una frase che sa di libertà:

 

Da bambine mio padre ripeteva a mia sorella e a me che dovevamo essere libere pensatrici. E noi siamo diventate libere pensatrici prima ancora di sapere cosa volesse dire pensare.”

(Rivista Club Tre, Intervista a Rita Levi- Montalcini sulla, Novembre 2008, p. 61)

 

(fonte: www.unito.it)

Ylenia Covalea

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Università: cerchiamo di rispondere ad alcune domande frequenti delle matricole. Ecco quello che dovresti sapere prima di iniziarla.

 

  • Le lezioni sono un casino – Ogni giorno è diverso dall’altro, ogni semestre ha lezioni ed orari differenti. Ma non spaventarti! Basta sapersi organizzare, sfrutta le ore buche per studiare e ripassare nelle aule studio della tua università.
  • Studiare per l’esame il giorno prima? – Un mito da sfatare. Il liceo e l’università sono molto diversi sotto questo punto di vista. In pochi/e riescono a prepararsi bene studiando il giorno prima, possono essere tranquillamente reputati/e degli eroi e delle eroine dello studio disperato dell’ultimo minuto!
  • I pre-esami – Spesso, in vista di un esame molto complesso, il professore può dare la possibilità di sostare il pre-esame/parziale: approfittane! I parziali sono strumenti utilissimi per dividere l’esame e quindi alleggerire il carico di studio.
  • I famigerati gruppi su Facebook – Lo sappiamo, siamo stanchi di ricevere notifiche dai gruppi su WhatsApp o Facebook, ma quelli per l’università sono fondamentali. Pareri sui professori, informazioni su scadenze ed esami, domande e dubbi. Se la segreteria didattica è sempre piena, puoi provare a porre una domanda sul gruppo, troverai sicuramente qualcuno/a che, prima di te, ha posto la stessa domanda o conosce la risposta. 
  • Tirocinio, perché farlo Una volta terminata l’università non si è sempre sicuri sulla carriera lavorativa da intraprendere. Se l’università te lo permette, svolgi un tirocinio, se è curriculare allora vale come un esame, le tue ore di tirocinio sono “retribuite” in CFU. Pensaci, “in che abito vorrei lavorare?” Cerca aziende, enti pubblici e privati che potrebbero fare al caso tuo, non solo guadagnerai CFU, ma l’esperienza ti servirà come “palestra” per il futuro, senza contare che potrai inserirlo nel curriculum vitae.
  • Non ho esperienza in un ambito particolare, come faccio a sapere se questa è l’università per me?– Con il tempo. Lo studio non deve pesarti e la maggior parte delle materie devono interessanti. Non fraintenderci, è normalissimo non essere sempre motivati/e nello studio, ma questo non deve diventare un’abitudine. Il tempo saprà dirti se il percorso universitario che hai scelto è adatto a te, ascolta le tue passione e le tue necessità più di ogni altro consiglio. 
  • Con le facoltà umanistiche non si lavora” – Falso, anzi, falsissimo. Questo è un luogo comune che viene proposto in continuazione. Le facoltà umanistiche preparano studenti e studentesse a livello teorico, formano le menti, il pensiero logico e quello critico. Chi è in possesso di una laurea umanistica ha le stesse possibilità lavorative di un/a collega che proviene da un percorso più tecnico, basta solo riuscire a mettere in pratica la teoria. Non esiste un’università specifica per “trovar lavoro”, anzi, negli ultimi anni le facoltà umanistiche hanno visto un incremento di iscrizioni, proprio per un maggior interesse verso ambiti quali lettere, filosofia, storia, sociologia e affini.

 

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Dopo aver parlato di metodi e consigli per una buona stesura della tesi di laurea, oggi l’argomento è il discorso di laurea. Calma, Calma. Anni di studio stanno per volgere al termine e il discorso sarà la parte più d’impatto della tua discussione di laurea, devi scriverlo in modo tale da interessare, il più possibile, la commissione. Ecco alcuni consigli:

 

  1. Le slides. la commissione sarà interessata a leggere punto per punto le parti fondamentali della tua tesi. Ricorda che i professori e le professoresse leggono moltissime tesi ed assistono ad altrettante discussioni: la tua deve spiccare per chiarezza, per questo slides ben fatte a catturare l’attenzione possono essere un elemento distintivo di cui la commissione potrebbe ricordarsi. Affidati a programmi di grafica come Adobe Indesign o Adobe Illustrator se possibile: renderanno tutto più coeso e professionale, ma se non li possiedi esistono comunque alternative gratuite come Canva, un sito che ti permette di creare grafiche e presentazioni. Microsoft PowerPoint, ebbene sì: è ancora utilizzato. L’impaginazione grafica deve essere semplice e chiara, evita gli elementi disturbanti e non necessari.
  1. Scrivi il discorso e ripetilo con anticipopractice makes better. L’agitazione al momento della discussione potrebbe prenderti alla sprovvista; per questo un discorso ben fatto e studiato potrebbe salvarti da momenti di silenzio o imbarazzo. Fai le dovute pause e pensa alle possibili domande che la commissione potrebbe porti, cronometrati e cerca di rimanere nei minuti prestabiliti; dai dieci ai venti, dipende dal corso di laurea. È utile anche ripetere il testo ad amici o familiari, loro potranno consigliarti.
  1. Non troppo lungo, non troppo corto. Cerca di incorporare e “schematizzare” il più possibile il tuo pensiero e il tuo lavoro di tesi all’interno del discorso. Avrai pochi minuti a disposizione per esporlo, non pensare di poter spiegare in toto il tuo lavoro, quindi inserisci le parti salienti e cerca di collegare tutto il più possibile, evitando i gap contenutistici. 
  1. Una volta davanti alla commissione: attent* al linguaggio del corpo. Mostrati il più possibile sicuro/a, sappiamo essere difficile, specie davanti ad una commissione di esperti ed esperte, ma il linguaggio corporeo è una fonte inesauribile di comunicazione non verbale. Risolutezza e sicurezza, la chiave per non farti sopraffare dall’ansia. 

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Laureandi e laureande all’ascolto; prendete nota! Nell’articolo di oggi vogliamo darvi qualche dritta per la buona stesura di una tesi di laurea. Le cose da dire sarebbero davvero tante e ogni dipartimento ha le sue regole specifiche di formattazione del testo e layout, pertanto i nostri consigli sono generali e adatti ad ogni corsi di laurea. Il momento della scrittura della tesi è forse quello più emozionante della carriera universitaria; il coronamento di anni di studio, scriverla bene è il punto di partenza per un grande successo. 

 

  1. Individua l’argomento adatto alla tua tesi. Può essere un tema svolto durante un corso appassionatamente che hai seguito; la cosa più importante è che ti entusiasmi e, perché no, ti possa servire in futuro, magari per una pubblicazione o un colloquio di lavoro. Se non hai idee chiare individua prima un/a docente che reputi particolarmente valido/a e concordate insieme una tematica, i professori e le professoresse possono aiutarti. 
  1. La bibliografia prima di tutto il resto. La parte iniziale, forse la più noiosa, ma quella fondamentale per impostare un buon lavoro di tesi, è proprio la scrittura della bibliografia. Documentati, ricerca tutti i titoli che potrebbero interessare alla tua tesi e inizia a farti un’idea generale sulla piega che vorrai dare al tuo lavoro. Molto utili sono i portali di articoli scientifici o universitari, banche dati e archivi. Biasa, Academia.edu e Research Gate sono solo tre siti di studi, ricerche e articoli che potrebbero fare al caso tuo. Ricorda; devi sempre citare gli autori e le autrici di una specifica fonte. Nella bibliografia i riferimenti vanno scritti in ordine alfabetico partendo dal cognome. Esistono vari metodi; il Vancouver Style, l’ Harvard Style e quello classico. Il titolo dell’opera è sempre in corsivo.

 

 

  1. Redigi un indice. Una volta chiara l’idea sul tema e sugli argomenti che vorrai trattare nella tesi, sarà d’aiuto redigere un indice, ma non solo, questo è fondamentale per il relatore o la relatrice, non importa se l’indice varierà durante la scrittura della tesi, è normale, ma è importante che chi ti segue sappia come vorrai impostare il lavoro. 
  1. Le note a piè pagina. Word o Pages, i software più utilizzati per scrivere testi, ti permettono di inserire a piè pagina le note. Fallo volta per volta, segna sempre le pagine, il titolo dell’opera e l’autore a chi fai riferimento. Concorda la modalità con il relatore o la relatrice, possono essere inserite a fine pagine oppure a fine capitolo: nome puntato, cognome, titolo opera, casa editrice, luogo di edizione e anno.
  1. Il titolo deve parlare da sè. Fallo leggere a qualcuno e domanda cosa evoca nella loro mente. Il titolo della tesi deve essere esplicativo, puoi aiutarti con il sottotitolo, che spesso è più specifico. È normale che il titolo, talvolta, possa venirti in mente una volta terminata la tesi, è uno degli ultimi elementi a cui pensare. Spesso è meglio prima avere ben presentare la struttura del tuo studio di tesi per scrivere un titolo chiaro e ben fatto.

 

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Preparati, studia e ripeti. Fine. Questi sono i consigli basilari che possiamo darti per passare un test d’ingresso all’università. Non prendere troppo sottogamba un test d’ammissione, preparati e affrontalo con serietà. Cerca, quando possibile, le prove d’ammissione degli anni precedenti, potranno darti un’idea del tipo di domande presenti nel test e funzioneranno da “prova generale”. Dopo la maturità rilassati e prenditi una pausa; è importante arrivare il più possibile pronti/e e sicuri/e al test, per dare il meglio di sè. Si, ma come mi preparo? Dipende a quale facoltà ambisci, genericamente gli Alpha Test, libri di preparazione alla maggior parte delle discipline universitarie, aiutano molto nello studio teorico. Non ti abbattere, il liceo può non averti preparato al meglio nell’affrontare una materia specifica, ma questo non vuol dire che tu non ce la possa fare; hai tutta l’estate per prepararti, che tu legga sotto l’ombrellone oppure con amici ed amiche in aula studio. E se, di fronte al foglio d’esame, non dovessi conoscere alcune risposte? Tentale comunque, ma applica sempre il ragionamento logico, per questo ti consigliamo di leggere tanto, esercitarti e provare qualche test online di logica, non può farti che bene. Individua le aree tematiche nelle quali sei più carente; prima studia quello che non sai, poi ripeti le nozioni che già conosci. Cultura generale, questa “sconosciuta”. Beh, ancora una volta: leggi! informati! Apri Google ogni mattina e spulcia tra le notizie principali: economia, attualità e notizie dall’estero, potresti scoprire di essere interessato/a al mondo che ti ricordo! Se sei in dubbio rispetto quale facoltà frequentare allora prova più test d’ammissione, così avrei una scelta più ampia e potrai decidere in libertà, ma non esagerate! Il tempo è poco ed essere impegnato/a in troppi ambiti di studio potrebbe distrarti dall’obiettivo principale. “Vengono da un istituto tecnico, passerò il test d’ingresso all’università?” – “Al liceo non ho mai studiato biologia, posso provare medicina?” Certo che si, fai tantissimi esercizi! Puoi recuperare le carenze solo studiando e preparandoti. Un ultimo coniglio, fondamentale, il giorno del test è importante che tu sia il più rilassato/a possibile, ma se non dovesse come sperato; non è mica la fine del mondo! Attendi i ripescaggi oppure l’anno prossimo per riprovare, non fermarti davanti una piccola difficoltà, perché il cammino è ancora lungo e il meglio deve ancora venire.

Good luck! 

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Stai cercando di capire qual è l’università adatta a te? Vogliamo darti qualche consiglio per fare la scelta giusta. Non è facile indirizzarti in questo percorso, dovremmo conoscerti, per questo possiamo darti delle linee guida che potrebbero servirti se non avessi le idee chiare. È importante che tu abbia in mente una cosa: solo tu sei in grado di sapere cos’è meglio per te; consigli e punti di visti di genitori e amici possono aiutare, ma l’ultima parola ce l’hai solo tu. Se non hai una visione nitida del tuo futuro sappi che è totalmente normale, barcamenarsi tra le molte facoltà non è sempre semplice, per questo è meglio partire con anticipo: segui tutti gli open day, leggi l’offerta formativa sui siti degli atenei e chiedi a studenti e studentesse la loro esperienza personale. Domandati cosa ti piace studiare, qual è la tua passione e quali sono le motivazioni che ti spingono a volerla intraprendere come strada. Non far troppo riferimento al tuo rendimento scolastico, i voti del liceo non rispecchiano sempre la realtà, ma possono diventare uno strumento di orientamento per la scelta universitaria. Chiediti cosa ti piacerebbe davvero studiare per i prossimi anni della tua vita, spesso si incorre nello sbaglio di scegliere l’indirizzo universitario che potrebbe portarci ad un futuro lavorativo migliore, ma l’università è prima ancora formazione, sia personale che scolastica, un percorso volto alla tua crescita. Non esiste l’università perfetta per trovare lavoro, come non esiste un manuale per la “scelta giusta”; hai la risposta nelle tue mani, segui le tue passioni e il resto verrà da sè. 

Per questo ti veniamo in soccorso noi di StudyinTorino! Lo sapevi che offriamo svariati servizi di orientamento? Nella sezione “Studiare a Torino” trovi tutte le informazioni. 

 

 

 

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