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Nel nostro Paese si laureano più le donne e raggiungono migliori risultati, eppure la segregazione orizzontale rivela che solo il 23% di donne arriva a ricoprire la carica di professoressa ordinaria, contro il 77% della quota maschile: oggi parliamo di gender gap.

In Italia le carriere femminili in ambito accademico sono estremamente penalizzate, questo riflette un antico pregiudizio molto duro da scalfire che vorrebbe le donne costrette al solo lavoro di cura o impiegate in ambiti prettamente educativi. Alcuni dei 17 obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, sottolineano chiaramente l’importanza dell’uguaglianza di genere.

Grazie al focus MIUR “Le carriere femminili in ambito accademico” del marzo 2019, ci è possibile analizzare alcuni dati. Le donne rappresentano ben oltre il 50% della popolazione studentesca universitaria italiana, più nel dettaglio siamo parlando del 55,5% delle iscrizioni ai corsi di laurea, del 57,6% della laureate rispetto ai colleghi uomini, del 50,0% delle iscrizioni ai dottorati e, infine, del 51,8% del totale delle dottoresse e dei dottori di ricerca. 

La distribuzione per genere e area di studio non è affatto omogenea, nel 2017 le studentesse laureate nelle aree umanistiche spiccano del 79,5%, la situazione è invece di chiara segregazione orizzontale rispetto le carriere universitarie, dove la presenza femminile è sinonimo di un divario di genere ancora troppo presente: 23% di donne nelle cattedre ordinarie, contro il 77% della quota maschile. 

Nell’ambito delle università STEM la parità di genere è ben lontana, ma si nota come nel tempo stia aumentando la percentuale delle donne, sia nei livelli più alti delle professioni, sia nelle aree STEM. Il focus riportante i dati della Gestione patrimonio informativo e statistica, sottolinea un dato interessante: in tutti gli ambiti, in percentuale, il numero di laureate rispetto agli uomini risulta superiore a quello delle iscritte, “ad indicare un probabile maggiore successo delle donne rispetto agli uomini nel completamento degli studi”. Infatti la percentuale maschile tra i laureati risulta essere 42%, contro il 58% delle donne. In Italia è presente una larga fetta di donne che hanno conseguito il dottorato di ricerca in area STEM, superiore alla media europea, ma la quota delle docenti e delle ricercatrici in questa area è bassa in tutti i gradi (grade a, grande b, grede c e gread b), rappresentando solo il 36% del totale. Nel 2019 la presenza femminile nel Corso di Laurea in Ingegneria a Torino ha visto un aumento del + 2% rispetto alla media maschile, arrivando a toccare quota 26% del totale. Il quadro è chiaro, le donne ad Ingegneria sono meno degli uomini e la situazione dell’Ateneo piemontese è la più florida d’Italia. 

Perché si parla di Glass Ceiling Index? È una misura largamente usata per monitorare la situazione delle donne rispetto agli uomini di raggiungere la qualifica più alta nella carriera accademica. È un indice definito ed approvato a livello internazionale che rivela un valore italiano pari a 1,63, anche se la situazione risulta più favorevole per le docenti e le ricercatrici italiane rispetto alle europee: ci vorrà ancora molto tempo, la parità in materia è ancora lontana dall’essere raggiunta.

La storia delle donne nella scienza e nella tecnologia parla chiaro: sono esistite, ed esistono tutt’ora, professioniste nella scienza. È giunto il momento di smettere di pensare che possano esistere corsi di laurea, dottorati o lavori meno adatti alle donne: la loro presenza non deve più essere un’eccezione, bensì la regola.

Dati riferiti all’anno 2017.

 

Ylenia Covalea

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Lezioni in presenza per il secondo semestre da febbraio, vediamo come 

Politecnico e Università di Torino si stanno muovendo verso il ritorno in aula di studentesse e studenti per il nuovo semestre alle porte. Infatti da febbraio si tornerà in aula, in presenza, ma le nuove iscrizioni avranno la precedenza.

Dad si, o Dad no, questo è il dilemma. Al Politecnico si andrà almeno un giorno in presenza, e priorità alle matricole all’Università di Torino. Il Ministro dell’Istruzione Gaetano Manfredi parla di un 50 per cento di lezioni dal vivo: “Il sistema universitario italiano, in questo momento di estrema difficoltà, ha avuto una straordinaria reazione. Nel 2020 abbiamo avuto un numero di laureati e di esami sostenuti che è perfettamente in linea con il 2019 e in alcuni casi anche superiore come numero” dice Manfredi, partecipando in videoconferenza all’inaugurazione del nuovo anno accademico dell’Università di Camerino. 

Per il secondo semestre ci si aspetta una media di 3 mila – 5 mila studentesse e studenti, ogni giorno, presenti al Politecnico, spiega il Rettore Saracco: “Ci troviamo in una situazione non semplice: sarà il semestre più critico perché ci saranno ancora le difficoltà della pandemia, ma la capacità di sopportazione è molto diminuita”. Una scelta non facile ed un piano d’azione sicuramente da costruire. Il Politecnico amplia i suoi spazi, infatti si stanno ultimando le aule R di via Boggio, ideali per la situazione emergenziale. Nel piano del Politecnico il 30 per cento dell’aula sarà occupata nel pieno rispetto dei criteri di sicurezza. La didattica si terrà nella sede centrale, al Castello del Valentino, a Mirafiori e al Lingotto. Il rettore Saracco continua: “Dobbiamo aprire più sale studio del solito, finanziate sia da noi, UniTo ed EDISU – Servono sale studio diffuse in città”.

L’Università di Torino punta invece sulla nuove matricole e il Rettore Geuna parla di una priorità data alla didattica esperienziale, che nell’Ateneo torinese è particolarmente significativa e differenziata per ogni disciplina. Si tratta di laboratori dove la presenza di studentesse e studenti è di fondamentale importa, occorre quindi una giusta pianificazione delle lezioni. In presenza si, rispettando sempre le direttive sanitarie contro il Covid 19, ma non ci si dimentichi della Dad, la tanto criticata didattica a distanza, che in questi mesi ha permesso a molte e molti di seguire le lezioni e sostenere gli esami, anche durante il difficile momento di pandemia che stiamo vivendo, sarebbe auspicabile, magari, una compresenza dei due metodi di far didattica: a distanza e in presenza. 

 

Ylenia Covalea

Fonte Torino.repubblica.it

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Dad come strumento didattico: le richieste dell’organizzazione studentesca UNIDAD di Torino

In questi mesi il dibattito sulla didattica a distanza ha generato una serie di opinioni, favorevoli e non, ma è innegabile: questa nuova frontiera dell’educazione ha permesso a studentesse e studenti lavoratori di seguire le lezioni universitarie online, agevolandone il processo di apprendimento. Abbiamo spesso sviscerato, sul blog e sui nostri social, i problemi che questo metodo emergenziale di “fare scuola” ha evidenziato; uno tra molti è sicuramente il divario economico che affligge famiglie, studentesse e studenti. In questo senso la situazione non risulta essere per nulla inclusiva.

Aule universitarie piene fino all’orlo, posti esauriti e l’impossibilità di favorire un dialogo aperto tra alunni e docenti: spesso è questo lo scenario che ci si presenta davanti. Un progetto concepito in senso al DAMS di Torino ha dato luogo ad un dibattito sulla possibilità che la Dad sia mantenuta, proprio a favore di studenti e studentesse. “La Dad come strumento alla base delle università”: è questa la proposta fatta dall’organizzazione studentesca di Torino UNIDAD, il loro gruppo Facebook conta più di 7.000 iscrizioni. Una pluralità di esigenze che chiedono a gran voce che la didattica a distanza entri a far parte degli strumenti formativi in modo continuativo.

Università a dipartimenti si sono dovuti adeguare in fretta e furia alla Dad, non sarebbe quindi possibile concepire un programma organico ed organizzato che permetta di rendere la didattica online uno strumento utile all’apprendimento?

Non solo lavoratrici e lavoratori, ma anche pendorali, studentesse e studenti fuori sede: la Dad non li esporrebbe ai rischi degli affollati mezzi di trasporto verso le università. Questa proposta eviterebbe il gravoso problema degli affitti nelle città universitarie; sappiamo quanto possa essere costosa la vita di che è fuorisede. Senza contare che, se gli Atenei non valutassero di integrare questo metodo alternativo, si perderebbe uno strumento favorevole alla didattica: è possibile inserirlo in maniera stabile e non emergenzialie? Un programma step by step concordato ed organizzato permetterebbe a studentesse e studenti di seguire meglio le lezioni. Così da rendere l’università un luogo più inclusivo e aperto, senza marginalizzare le lezioni in presenza.

 

Ylenia Covalea

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Il Premier britannico: “una decisione difficile

Con la Brexit la Gran Bretagna ha deciso che uscirà in modo definitivo dal programma per la mobilità delle studentesse e degli studenti universitari Erasmus+.

Il Premier Johnson, da sempre favorevole alla Brexit, ha ribadito lo stop alla partecipazione di Erasmus+, che prevede uno scambio co-finanziato dall’Unione Europea, di giovani studentesse e studenti sul territorio europeo. Ogni anno partecipavano circa 17 mila studentesse e studenti provenienti dalla Gran Bretagna e 32 mila dall’intera Unione Europea. 

Quali saranno le sorti di chi sta ancora svolgendo il programma in Inghilterra? L’accordo di recesso è già entrato in vigore il 1º febbraio 2020, L’Unione Europa precisa che rispetterà pienamente i propri obblighi in relazione al presente accordo e che i soggetti giuridici nel Regno Unito continueranno a ricevere finanziamenti per il programma Erasmus+, come se il Regno Unito fosse uno Stato membro, fino al completamento dei programmi. È quindi stata assicurata la continuazione fino alla scadenza del periodo di soggiorno per studentesse e studenti già in mobilità Erasmus+ nel Regno Unito.

Sembra che la decisione sia stata presa principalmente, ma non solo, per salvaguardare l’economia britannica. In Inghilterra si sta già pensando alla formazione di un nuovo programma di respiro globale che vedrebbe così la partecipazione di ragazze e ragazzi da tutto il mondo, portando avanti l’idea di una Global Britain. Il Turing Scheme, il nuovo programma di interscambio universitario, nel nome del matematico e crittoanalista britannico Alan Turing (nel 2014 è stato prodotto un film sulla sua vita, The Imitation Game, con protagonista Benedict Cumberbatch).

Un atteggiamento di forte chiusura verso lo scambio di idee e di esperienze all’interno dell’Unione Europea, decisione che non è stata presa bene nemmeno dalla Direttrice di Universities Uk International, Vivienne Stern, che la reputa “deludente ma non sorprendente”.

 

Fonti corriere.it | ec.europa.eu

Ylenia Covalea

 

Sostenibilità, cosa fare? Lavorare insieme

Diminuire l’impatto negativo che l’uomo ha sull’ambiente è diventato un obiettivo comune e diffuso, ma non basta: occorre agire concretamente. Lo scopo deve essere quello di creare una coscienza collettiva rispetto questi temi, molto caldi ed attuali. 

L’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile dell’ONU, ci aiuta nella comprensione del quadro generale: gli obiettivi per lo sviluppo riguardano svariati ambiti, come la dura lotta alla povertà, l’eliminazione della fame e il contrasto al cambiamento climatico, solo per citarne alcuni. Immaginare un mondo sempre più improntato alla sostenibilità, all’inclusione e alla democrazia, è un sogno ancora molto lontano dall’essere realizzato? Questi potrebbero sembrare temi utopici, ma non lo sono, per tale ragione il Pianeta interno deve lavorarci duramente, in sincronia con le istituzioni, le cittadine e i cittadini di ogni parte del Mondo.

Una Didattica sostenibile, aperta a nuove forme di dialogo e impegnata alla diminuzione dell’impatto negativo in termini ambientali, etici, sociali ed economici, è possibile? Che che ruolo ha la didattica in materia ambientale? Vediamo quali sono gli Atenei più virtuosi rispetto le questioni ambientali:

Bologna è al 1° posto della classifica nazionale GreenMetric 2020, seguita da Torino al 2° posto con l’Università degli Studi di Torino e al 3° con il Politecnico. L’Ateneo Torinese si piazza al 22° posto della classifica globale, con ben 19 posizioni in più rispetto all’anno precedente. Il Politecnico, invece, risulta essere al 3° posto in Italia e al 25° nel mondo, quando nel 2015, si trovava nelle ultime posizioni della graduatoria internazionaleLa classifica GreenMetric 2020 valuta la sostenibilità ambientale e sociale di più di 900 campus universitari. Vediamo le percentuali raggiunte da UniTO:

 

Infrastrutture: aree verdi e budget dedicato alla sostenibilità: 15%

Energia: consumi e politiche per ridurne l’impatto:  21%

Rifiuti: trattamento e riciclo: 18%

Acqua: conservazione e riciclo: 10%

Trasporti: mobilità sostenibile nelle sedi universitari: 18%

Didattica e ricerca: 18%

 

A Torino le emissioni di CO2 si sono ridotte del 33 percento tra il 1991 e il 2017 e, grazie alle ulteriori misure, nel 2020 la riduzione raggiungerà il 35 percento. Nel rapporto di monitoraggio del piano d’azione per l’energia sostenibile, si indicano le azioni da realizzare entro il 2020. L’impegno per ampliare l’utilizzo di lampade LED nell’illuminazione pubblica e l’istallazione di nuovi punti acqua SMAT sul territorio urbano, il potenziamento dell’utilizzo dei parcheggi di interscambio, l’estensione della rete del protocollo Ape (Acquisti pubblici ecologici). E ancora: nuovi interventi di forestazione urbana e l’aumento della raccolta differenziata.

 

Nel 2020 l’obiettivo volto ad incrementare la sostenibilità negli atenei italiani deve diventare un goal condiviso, infatti nell’agosto scorso è stata firmato l’Accordo della Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile per concorrere insieme alle diffusione delle “buone pratiche di sostenibilità” anche all’interno delle università. Diminuire l’impatto sull’ambiente, migliorare le attività di gestione degli aspetti ambienti e sociali, creare formazione ed orientamento rispetto i temi della sostenibilità ambientale, collaborare con istituzioni e privati; sono solo alcune degli interventi che promuove il RUS (Rete delle Università per lo Sviluppo Sostenibile).

Ylenia Covalea

Il Centro Studi Investimenti Sociali, meglio conosciuto con l’acronimo di Censis, è l’istituto di ricerca socio-economica fondato nel 1964, ogni anno, da vent’anni, pubblica uno strumento utile a far chiarezza rispetto l’orientamento universitario per tutte le studentesse e gli studenti alla ricerca della giusta carriera di studi.

Stiamo parlando di un’analisi piuttosto articolata, infatti il Censis classifica le università in base a molteplici fattori: atenei statali e non statali, divisi in categorie omogenee per dimensioni e valuta le strutture disponibili, i servizi, il livello di internazionalizzazione, la capacità di comunicazione 2.0 e l’occupabilità del settore. Tutti i dati sono visionabili nelle 64 classifiche presenti sul sito del Censis. Torino si posiziona al settimo posto su dieci nella classifica dei mega atenei statali, con 81,8 punti, ma vediamo nel dettaglio l’andamento:

  • Borse: 71 punti
  • Comunicazione e servizi digitali: 94 punti
  • Internazionalizzazione: 82 punti
  • Servizi: 71 punti
  • Strutture: 78 punti
  • Occupabilità: 95 punti

 

Qual è il livello della didattica piemontese? Non possiamo che citare le posizioni d’eccellenza ricoperte dal Politecnico, in testa per il settore ingegneria industriale e dell’informazione, in quarta posizione per arte e design e alla sesta posizione, insieme all’Ateneo di Pavia, per l’ambito architettura e ingegneria civile. Un fiore all’occhiello del torinese, nato come istituzione nel 1906, ma le sue origini sono più lontane. Il Politecnico di Torino è una delle istituzioni pubbliche più prestigiose a livello italiano ed internazionale, ogni anno attrae a sé migliaia di studentesse e studenti, contribuendo quindi all’idea di Torino come città universitaria e polo all’avanguardia in ambito ingegneristico, grazie anche alle moltissime partnership tra didattica ed industria che affacciano le studentesse e gli studenti al mondo del lavoro post laurea. 

La classifica dei politecnici è guidata anche quest’anno dal Politecnico di Milano (con 94,3 punti), al secondo posto lo Iuav di Venezia (91,2 punti), che fa retrocedere in terza posizione il Politecnico di Torino (89,5 punti), seguito dal Politecnico di Bari (83 punti), che chiude la classifica.

Continuando la nostra rassegna, vediamo dove si posizionano le università statali di Torino nella classifica divisa per gruppi disciplinari. Per le lauree triennali: a Torino, Scienze Motorie e Sportive è la migliore in tutta Italia, seguita al quinto posto da Psicologia e all’ottavo dall’area scientifica. Alla nona posizione troviamo gli Atenei torinesi dell’area agraria, forestale e veterinaria, insieme a informatica e ICT.

Complessivamente a Torino si studia bene, le lauree umanistiche risentono però della crisi del settore, infatti l’area letteraria-umanistica di Torino si trova al tredicesimo posto della classifica Censis, nella stessa facoltà in cui si è laureato Cesare Pavese. Un fatto interessante è che Pavese, nel 1930, presentò la sua tesi di laurea intitolata Sulla interpretazione della poesia di Walt Whitman, ma il Professor Federico Oliviero, la rifiutò perché “scandalosamente liberale per l’età fascista”. Intervenne quindi Leone Ginzburg, la tesi venne così accettata dal professore di Letteratura francese Ferdinando Neri e Pavese poté laurearsi con 108/110.

Male il settore medico e farmaceutico che si piazza solo al sedicesimo posto, seguito dall’area insegnamento al diciottesimo e, fanalino di cosa, al venticinquesimo posto troviamo il Dipartimento di Lingue di Torino, il più penalizzato.

Immatricolazioni e Covid, sono scese drasticamente oppure la situazione è stabile? Vediamo l’andamento delle nostre università sul territorio piemontese. Il Piemonte è tra le regioni italiane più colpite dalla pandemia, ma pare che questo non abbia influito sulla volontà di studentesse e studenti di iscriversi all’università.

Uno studio condotto da IRES Piemonte ci permette di avere uno sguardo ampio rispetto la situazione degli atenei piemontesi, vediamo cos’è emerso. Sembra che le immatricolazioni per quest’anno, complessivamente, non abbiano risentito troppo degli effetti negativi del Covid19, le università piemontesi si sono preparate alla didattica a distanza che è tornata ad essere una realtà, in modo da permettere a tutte e tutti di proseguire il percorso universitario, a dispetto della difficile situazione che stiamo vivendo. Politecnico di Torino e UniTO hanno investito fondi per la distribuzione gratuita agli studenti e alle studentesse, in comodato d’uso, di computer portatili, tablet, router e sim, a sostegno come intervento diritto per favorire la fruizione della didattica a distanza.

Arriviamo a parlare di percentuali, il Piemonte Orientale ha visto un incremento del 3,5 per cento delle iscrizioni, incremento sostanziale si è registrato nelle facoltà in ambito medico, esse contano 577 immatricolazioni rispetto alle 399 dell’anno precedente, in totale, sono 3.926 gli studenti e le studentesse che frequentano UPO, l’Università del Piemonte Orientale. In tutto il resto della regione i dati rispecchiano una situazione pressoché stabile. Secondo il dossier di IRES che analizza la situazione geografica, calano studenti e studentesse residenti sul territorio piemontese, a fronte di un aumento dei fuorisede, in particolare coloro che provengono da oltre Ticino.

 

 

L’Università degli Studi di Torino vanta oltre 13 mila studenti e studentesse che alzano la soglia delle iscrizioni al 6 per cento, grazie anche ai vincitori e alle vincitrici delle graduatorie dei test di Medicina. Calano di poco le iscrizioni tra coloro che risiedono in Piemonte (-2 per cento) e nel Sud Italia, aumentano i fuorisede (6 per cento) insieme ad una crescita di studenti e studentesse internazionali (3 per cento), aumentano del 48 percento , invece, i provenienti dalla Lombardia.

 

Meno iscrizioni a Giurisprudenza, Economia, Statistica per le Organizzazioni e Scienze Politiche, studenti e studentesse preferiscono i corsi teledidattici: Amministrazione Aziendale e Scienze dell’Amministrazione. Cala drasticamente, invece, la percentuale di immatricolazioni a Scienze Gastronomiche, con il 22 per cento di iscrizioni totali in meno.

 

Studio IRES Piemonte | Fonte Corriere Torino

 

Ylenia Covalea


 

 

17 novembre 2020: giornata dello studente e della studentessa, vediamo perché si celebra oggi e conosciamo la (triste) storia dietro questo avvenimento

Il diritto allo studio è inalienabile e fondamentale. Lo studio forma la mente, la personalità e accresce la cultura personale, da sempre strumento avverso all’oppressione ed elemento di autodeterminazione. Questo è un concetto per noi essenziale, infatti la redazione di StudyinTorino ne ha spesso parlato; vi abbiamo raccontato di come gli studenti e le studentesse delle AFAM (Alta Formazione Artistica e Musicale) non siano considerati e considerate dal MIUR alla stregua di chi, invece, consegue una laurea in Ingegneria o in Lettere. Abbiamo discusso rispetto il divario economico che si è creato in questi mesi di didattica a distanza, con le università che hanno cercato, seppur in parte, di supplire alla mancanza di strumentazioni tecniche e rendere quindi lo studio un diritto, come è sancito nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU all’articolo 26: “ognuno ha diritto ad un’istruzione”. La nostra Costituzione, all’’articolo 34, è chiara: “la scuola è aperta a tutti”.

Oggi è la giornata internazionale degli studenti e (noi aggiungiamo) delle studentesse, una ricorrenza con cadenza annuale volta a rivendicare il diritto allo studio e all’espressione. Si svolge il 17 novembre, data non casuale, perché è l’anniversario degli eccidi nazisti contro gli studenti e i professori cecoslovacchi opposti al regime nazista.

Quando lo studio e la libertà d’espressione vennero “giustiziati”

È il 28 ottobre del 1939, Praga è occupata dai nazisti, in quel territorio che oggi conosciamo come Cecoslovacchia, ma che al tempo era chiamato Protettorato di Boemia e Moravia, le autorità naziste sedano una manifestazione nella capitale organizzata da studenti e studentesse della facoltà di medicina dell’Università Carolina per opporsi al regime totalitario di Adolf Hitler.

Il caos non tarda ad arrivare, presto il corteo viene preso dall’assalto e uno studente, Jan Opletal, viene colpito da un’arma da fuoco per morire l’11 novembre, dopo quasi due settimane. Qualche giorno dopo, il 15 novembre, un nutrito gruppo di di studenti e studentesse accompagnano il feretro del ragazzo verso la città natale in Moravia, il corteo funebre era composto da migliaia di studenti e studentesse fortemente opposti al regime nazista. Le forze armate arrestano ben 1200 studenti e studentesse per deportarli in un campo di concentramento. Chiudono anche tutti gli istituti di istruzione superiore: i diritti di degli studenti e delle studentesse, esattamente come di qualsiasi umano opposto al totalitarismo nazista, vengono ulteriormente calpestati. È il 17 novembre 1939, quando nove fra studenti e professori furono giustiziati senza processo: Josef Matoušek, Jaroslav Klíma, Jan Weinert, Josef Adamec, Jan Černý, Marek Frauwirt, Bedřich Koukala, Václav Šafránek e František Skorkovský. Questi accadimenti hanno dato il via a quella che oggi è ricordata come la Rivoluzione di Velluto del 1989, quando a morire è un altro studente, sempre in Cecoslovacchia, quando si stavano celebrando le ricorrenze in memoria degli orrori nazisti nel ‘39.

A Londra, nel 1941, il Consiglio Internazionale degli Studenti indice per la prima volta la questa giornata internazionale, proprio in ricordo della strage avvenuta in Cecoslovacchia, ma non solo. Questa ricorrenza ci fa riflette: anni di oppressione e sudditanza non possono essere dimenticati, bensì memorizzati, per non far cadere nell’oblio della storia quei nomi che, oggi, ricordiamo come attivi partecipanti di quella resistenza ci ha fatto ereditare un diritto oggi inalienabile; quello allo studio.

 

Wikipedia

Ylenia Covalea


 

 

La rivolta degli studenti e delle studentesse del Politecnico contro il regime oppressivo della Grecia

Oggi vogliamo fare con voi un tuffo nel passato, precisamente nel 1973, quando il Politecnico di Atene si rivolta fortemente alla dittatura dei colonnelli, nota anche come la Giunta, un regime dittatoriale di stampo fasciata che dal 1967 al 1974 ha terrorizzato la Grecia. Dopo un colpo di Stato ha soppresso il governo per operare in maniera subdola contro ogni tipo di libertà politica e personale. 

 

Gli eventi di cui ci occupiamo oggi cominciano il 14 novembre e finiscono il 17, quando un carro armato sfonda l’entrata del Politecnico provocando svariati feriti e moltissimi morti.

 

 

Nel periodo di totale controllo della Giunta militare, si assiste ad una serie di proibizioni: una delle tante è la negazione di ogni tipo di associazione studentesca e delle elezioni dei consigli universitari. Lo stesso anno un gruppo di universitari occupa la facoltà di Giurisprudenza di Atene, occupazione che termina presto con l’intervento delle forze armate a sedare la rivolta. È il 14 novembre e gli studenti e le studentesse del Politecnico indicono uno sciopero, occupano così la facoltà e prendono possesso delle apparecchiature per dar vita ad una radio dissidente che trasmette un messaggio chiaro: “Qui il Politecnico! Popolo greco, il Politecnico è la bandiera della vostra sofferenza e della nostra nostra sofferenza contro la dittatura e per la democrazia”. L’occupazione abusiva dura per tre giorni, quando un enorme carro armato irrompe all’interno del Politecnico e condanna chi è presente ad una notte di scontri; il governo spegne la luce all’intera città. Una metafora quella di “spegnere le luci” che soffoca la ragione, la cultura e la libertà personale di essere studenti e studentesse. Un avvenimento che ci deve far riflettere e domandare: cosa sarebbe un paese senza le sue università? Senza quei luoghi che sono la culla del sapere?

 

 

Torniamo ad Atene, perché l’orrore non è finito. Gli scontri tolgono la vita a 24 persone che stavano lottando per la libertà del loro paese, ormai in mano ad una dittatura sempre più forte, una delle vittime aveva appena 5 anni. Oggi l’avvenimento si ricorda con sentimento e fa parte della memoria collettiva di un paese che è la culla della civiltà ellenica, ma che al suo interno è divelto. È il 17 novembre quando la Giunta militare frena le rivendicazioni degli studenti e delle studentesse, non è una data importante solo per la Grecia; lo è per il mondo intero perché è il simbolo della lotta attiva delle università. Proprio quel giorno, ma nel 1939, vengono uccisi 9 tra studenti e professori, catturati dopo le protestare contro l’occupazione tedesca e le oppressioni perpetuate dal regime nell’ex Cecoslovacchia. Il 28 ottobre viene prima ferito Jan Opletal, uno studente che morirà l’11 novembre, poi 1200 studenti e studentesse in seguito vengono arrestati e deportati in un campo di concentramento, infine, il 17 novembre vengono assassinati, senza processo, 9 dei ragazzi e dei professori presenti alla manifestazione di Praga. Ne parleremo più approfonditamente nell’articolo che uscirà martedì prossimo, sempre sul nostro blog.

Noi vogliamo ricordare quei momenti e sostegno di una tesi: un mondo senza università non può esistere, un paese senza il suo sapere non può vivere. E ancora una volta capiamo quanto sia fondamentale il diritto, solo oggi inalienabile, allo studio e all’espressione personale, svincolata da ogni oppressore e regime totalitario. 

 

Il Post | Wikipedia

 

Ylenia Covalea


 

 

Dad e didattica: con il nuovo Dpcm il Piemonte é entrato nella zona rossa e la didattica torna ad essere online. È chiaro, questa emergenza ci ha insegnato che la didattica non può e non deve fermarsi, e in quanto priorità di ogni studente e studentessa, deve essere il più possibile inclusiva.

Il Digital Economy and Society Index (Desi) misura il livello di digitalizzazione dei paesi europei, dov’è posizionata l’Italia? Ultima, sia per competenze digitali che per capitale umano. Nel 2020 l’uso di internet si è drasticamente alzato, ma è un dato relativo al confinamento domestico in risposta alla pandemia da Covid-19, è sicuramente un dato che deve essere letto tenendo conto del contesto in cui viviamo (le persone che usano internet almeno una volta a settimana sono l’85 %).

La DaD, simpatico acronimo di didattica a distanza, ha acceso non poche critiche: non ti gli studenti e le studentesse possiedono una sufficiente connessione ad internet, un pc e una stanza tutta per sé dedicata allo studio. Questo è solo l’apice della disuguaglianza nelle nostre scuole e università, di Dad ha parlato Antonio Schizzerotto, Professore Emerito del Dipartimento di Sociologia e Ricerca Sociale dell’Università di Trento: “Con la didattica a distanza tutte le disuguaglianze si sono acuite, innanzitutto perché sappiamo che non tutte le zone del paese sono ugualmente coperte da connessione internet, inoltre secondo i dati ISTAT, una quota non banale di popolazione scolastica non ha accesso diretto o indiretto a strumenti come tablet, pc portatili, o i-phone”.

 

Manca l’inclusività, c’è molto lavoro da fare

Basta entrare in un’aula universitaria per capire che sì, sicuramente la didattica deve essere rimodulata. Perché non adottare il cosiddetto “students-centered learning”, l’apprendimento rivolto allo studente?

La didattica centrata allo studente deve investire tempo e risorse per la creazione di conoscenze e competenze dell’allievo, rendendolo dunque parte attiva nella nostra società. Non solo conoscenza, ma anche creatività, capacità critica e propensione a prendere iniziative: è la creazione di un nuovo studente, partecipe, interessato e creativo. Si parla di problem-based learning; task-based learning; learning by doing; group learning: tutte iniziative che vogliono lo studente al centro del discorso educativo.

L’SCL (students-centeredlearning) ha bisogno una definizione chiara delle competenze da sviluppare; l’implementazione di una varietà di approcci adatti a tutti, perché non tutti gli allievi imparano e si esprimono allo stesso modo: occorre più flessibilità nel discorso educativa, lo studente dovrebbe poter sviluppare il proprio piano di studio secondo le sue esigenze di apprendimento.

 

 

La didattica italiana dovrebbe prendere in considerazione il fatto di valorizzare ogni studente e ogni studentessa nelle loro diversità e peculiarità. Conoscete Howard Gardner? È uno psicologo e professore alla Harvard University, tra i più importanti esponenti della scienza cognitivista (The Mind’s New Science, 1983), ha teorizzato l’esistenza delle intelligenze multiple. L’intelligenza non può essere misurata da un Quoziente d’intelligenza, ma piuttosto è bene adottare un atteggiamento più dinamico.

Parliamo di:

  • Intelligenza logico-matematica
  • Intelligenza linguistica
  • Intelligenza spaziale
  • Intelligenza musicale
  • Intelligenza cinestetica o procedurale
  • Intelligenza interpersonale
  • Intelligenza intrapersonale
  • Intelligenza naturalistica
  • Intelligenza filosofico-esistenziale

Lo studio è ricerca, miglioramento, “doing” e risoluzione di problemi, in questo il ruolo dell’insegnante è fondamentale: deve essere una Virgilio per i suoi studenti, accompagnarli e sostenerli nel loro percorso di formazione. Sarebbe utile tornare a ripensare alla mission dell’università: la formazione di nuove e giovani menti in grado di sviluppare un pensiero critico nei confronti della realtà e l’università dovrebbe fornire gli strumenti adeguati a tutti e tutte per farlo, senza lasciare nessuno indietro. 

 

 

Ylenia Covalea

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